Publication / InArch ‘Il Muro’ — Enrico Miglietta, Disegnare un Muro (in Scala al Vero)

 

Gent, aprile 2022. Mi accingo a disegnare il dettaglio in scala al vero di un muro in cemento armato, attraverso la tecnica del frottage. Stendo il foglio di carta bianca, leggera e croccante su un pannello di legno per casseforme, lo fisso con delle puntine e inizio a sfregare il carboncino. Man mano che il rilievo del legno si imprime sulla grana della carta, i due diventano inseparabili.

Qualche giorno prima avevo visitato la casa che Juliaan Lampens progetta per Albert Van Wassenhove (Sint-Martens-Latem, Belgio 1974): anche lì, su ogni muro, è rimasto impresso il rilievo del legno. Vi è rimasto impresso con tale profondità che, entrando, si è spinti a volerli toccare, quasi a voler verificare che di cemento armato si tratti. Ogni discorso su questa casa deve tener conto del suo positivo e negativo, dai raffinatissimi arredi in legno di pino dell’Oregon, a quelle casseforme rimosse ma anch’esse intese come opere di ebanisteria.

(Le tavole erano tagliate e accostate su disegno, sfalsate sul piano e fuori piano, e persino i fori per i tiranti di ancoraggio l’occasione per il progetto di un inedito sistema di ancoraggio dei quadri alle pareti.)

Un muro in cemento armato può esser brutale o gentile. Può essere freddo, possente, impenetrabile, come quello di un bunker. Può essere caldo, sensuale, accogliente, come quelli di questo rifugio.

Disegno. Mi tornano in mente i muri dell’infanzia, quando giocavo stretto e protetto tra altri due di cemento, in un passaggio che dal giardino condominiale portava ai garage. Anche questi erano ruvidi, scasserati senza disarmante, e sfregandoci contro ci si poteva graffiare. Uno dei due però si allargava, ospitava al suo interno un terrapieno in cui erano piantati dei piccoli alberi, arbusti e bellissime rose. Era un muro alto circa un metro e mezzo, scavalcandolo si entrava in una sorta di giardino segreto.

Mi rendo conto che il mio non è il ridisegno di un muro, ma progetto che nasce dall’accumulo di molti sguardi. Disegnare un muro non è mai tracciare una semplice linea, una texture, non è mai solo unire o dividere, è – direbbe John Berger – accompagnarlo alla sua “incalcolabile destinazione”.

 

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